RACCONTI A DIECI MANI : Settimo racconto

 


Settimo racconto



La Cinquecento



Ogni volta la stessa storia, che cosa aveva sempre da lamentarsi? Non era mai uscita dalla fase della ribellione adolescenziale. Cambiò marcia, il cellulare cominciò a suonare e scivolò sotto il sedile. Provò a riprenderlo, ma si tagliò il dito, merda! Di certo poteva aspettare di fermarsi per riprenderlo, non doveva necessariamente aspettare di arrivare alla sua destinazione, bastava anche un semaforo rosso… ma questa volta aveva preso in pieno l’onda verde, che per la maggior parte degli automobilisti è solo una leggenda! Pensò al personaggio truce dell’ultimo racconto che stava leggendo, a come avrebbe affrontato quella situazione, sarebbe stata sicuramente villana. Immaginò nella sua testa l'armata delle maledizioni che avanzava sulla cappotta, pronta a sferzare l'attacco sul fronte est del parabrezza e lei che mentre si dava una smanacciata nelle mutande avvistava un ragno d'acciaio in avanscoperta sul tergicristalli che inverosimilmente le urlava: "stronza!". Era vittima dell’immagine che credeva gli altri avessero della sua persona e le era sufficiente per forgiare la visione della sua figura nel mondo, nonostante ci fosse la possibilità che quell’idea corrispondesse a quella che solo lei aveva di se stessa. Pensò che le tornava indietro come una molla e per di più non le faceva guadagnare granché il suo essere così acida. Persino l’unico acaro dimenticato da Jonny il “lavaggista” ormai non le dava più parola, era diventata insopportabile tanto da non filarsela più neanche il suo amico arrapato. Si era divertita con lui, non sapeva se fosse stato il suo continuo cercarla, toccarla, desiderarla ardentemente e non fare nulla per nasconderlo. Il suo essere così esplicito la faceva impazzire! Si dava totalmente e senza remore in qualsiasi posto in cui capitasse che lui le accarezzasse la coscia e piano a salire. Quel bastardo! Aveva infilato ortaggi nella marmitta della 500 del 1971 tenuta a puntino dal padre! Lei non si era accorta di nulla fino a quando l'auto aveva preso a fare dei rumori assordanti fino a prendere fuoco. Il padre si era incazzato talmente tanto, quando aveva scoperto chi aveva provocato quel torto, da sradicare un segnale stradale per sbatterglielo in testa e mentre lo faceva urlare in dialetto: "ianna qua ca taia c'rsmà". Eppure dopo quel gesto di incontestabile smacco nei suoi confronti le era capitato ancora di concedersi a lui quando le si era avvicinato lascivo. Sapeva che doveva lasciarlo perdere, ma sentiva un’attrazione a cui non riusciva a sottrarsi. Consigli ne aveva ascoltati tanti ed era d’accordo con tutte le riflessioni oculate presentate…ma poi si chiedeva se amici e parenti capissero davvero i suoi tumulti, la profonda intesa trovata nella passione e la sensazione di un incastro disegnato per essere perfetto. In ogni caso era da svariate settimane che lui non la cercava e, anziché esserne sollevata, si sentiva ferita. Persa nei suoi pensieri non aveva più pensato al suo cellulare e si era ritrovata quasi a destinazione. La piazza più grande del paese brulicava di persone ben vestite quindi era impossibile non notarlo. Era l'unico ad indossare sporchi bermuda larghi che mostravano parte delle natiche e una larga maglietta verde con la faccia di Hulk. Genio incompreso e bizzarro, era proprio lui, Marciano detto "il Marcio". Scosse la testa pensando a come avrebbe fatto per convincerlo ad andare con lei…solo insieme avrebbero potuto risolvere quel pasticcio in cui si era infilata. Sospirò, fece un altro giro per le stradine in cui ogni tanto le piaceva perdersi. Ritornò verso la piazza, spense la macchina, fissò il volante per alcuni secondi, poi alzò lo sguardo e, vedendo la statua in marmo di quel qualcuno che sicuramente aveva fatto grandi cose, si disse ‘Forza!’ e scese dalla macchina impettita.

 

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