RACCONTI A DIECI MANI : Sesto racconto



Sesto racconto

Bangla



 

Mi dissero che il "cinema" era iniziato un'oretta prima, quando Peppe entrò nudo e strafatto dal Bangla di via San Felice, il povero immigrato lo guardava allibito come se avesse visto la madonna dei sette veli, al mio arrivo la polizia lo aveva già arrestato, ormai era fatta Peppe era fottuto. 

Dopotutto non era la prima volta che si concedeva simili stravaganze, pensò mentre nella mente passava in rassegna le immagini che negli anni aveva accumulato e archiviato nella cartella “Cazzate di Peppe”. Eppure ad ogni ultima aveva sempre ottimisticamente pensato che peggio di così non sarebbe riuscito a fare. Certo, probabilmente se lui fosse arrivato prima magari sarebbe riuscito a fermarlo, anche se era dura fargli cambiare idea quando l’aveva già compiutamente elaborata, una testa di cazzo così cocciuta non l’aveva mai conosciuta! 

E ora gli aveva rovinato anche la fottuta serata, ne aveva fatta di strada e solo perché quello che cercava era la top quality del suo paki. Aveva smesso con la polvere, ma aveva ricominciato con altro. Il fumo gli dava una botta diversa e finalmente lo aiutava ad alleviare le pene di casa. Fanculo quella donna! 
Restò fuori dal negozietto fumando una sigaretta indeciso se entrare o meno. Aspirava quel pò che restava del tabacco tenendo stretto il filtro tra pollice e medio e stringendo leggermente gli occhi. Guardò la sua mano, pensò al tentativo che aveva fatto di accarezzare quella che un giorno era stata la ‘sua donna’ e al suo tirarsi indietro disgustata ‘non toccarmi con quelle luride mani!’. Scosse la testa, con un colpo professionale della falange del medio sul pollice che gli faceva da trampolino, lanciò la sigaretta più lontano che riuscì con grande soddisfazione. 
Si avvicinò all’ingresso, due passi dentro ed uscì. Ci ripensò, si fece coraggio, rientrò e lui non si era mosso di un millimetro, continuava a guardarlo vitreo. Allungò la mano verso lo scaffale, prese delle patatine e poi chiese la solita birra. Con quella bizzarra capigliatura sembrava reduce da un viaggio con la testa fuori dal finestrino, pensò uscendo. 
Cavolo, come poteva svoltare? Con l’accendino fece leva sul tappo a corona e con un unico gesto secco lo fece saltare. Bevve un lungo sorso, quello che ci voleva, pensò ruttando! Il fatto che il boccone di birra avesse delle sabbia come residuo lo metteva di pessimo umore. In un altro periodo sarebbe stata una bella notizia perché significava buona birra ma ora no; con una buona birra schizzava come un elicottero col pepe al culo. Cominciò a camminare senza una direzione guardando i suoi passi che si susseguivano, solitamente il movimento dei suoi piedi che andavano sicuri lo aiutavano a pensare. Aumentò il ritmo, sempre più veloce, uno due, uno due, uno due, scendi dal marciapiede, risali, oltrepassa il portico, attraversa la galleria, piccola salita, san pietrini, portici che si distendono in un percorso unico, non deve neanche guardare dove sta andando perché per di là si può arrivare solo là. Procedeva spensierato come fosse su un nastro trasportatore, sapeva che a quell’ora non avrebbe incontrato la bolgia che si affollava di giorno, ma per certo non avrebbe avuto la tranquillità che cercava. Fanculo tutta la gente che girava dovunque, comunque e ad ogni ora, gli aveva tolto l’intimità con la sua città! 
Arrivò su, cercò il punto in cui era solito appartarsi con i suoi amici, pochi alberi, si lasciò cadere sotto uno e allora si ricordò della birra che non aveva finito, fece un lungo sorso sapendo che non avrebbe avuto quella piacevole sensazione di fresco saziante in gola. Nello stesso momento sentì una forte pacca sulla spalla e per poco non sputò tutto. Aspettò a voltarsi perché gli sembrava di aver riconosciuto il peso della mano gentile che lo aveva accarezzato e come sempre gli piaceva togliergli il gusto della sorpresa. Dopo diversi secondi di silenzio urlò il suo nome e lui gli si parò davanti gioioso. Non gli era mai capitato di vederlo senza il suo immancabile sorriso, chissà cosa lo aiutava ad essere così…ottimista? Fiducioso? Non sapeva come descrivere quella condizione! Lui l’aveva conosciuta pochissime volte e quando la ricordava lo faceva sprofondare ancora più violentemente nell’angoscia della sua triste esistenza! Cercò di non abbandonarsi nei suoi cupi pensieri, si alzò, colpì le nocche del pugno del suo amico e poi si diedero una stretta spalla contro spalla. Sapeva già cosa aveva combinato Peppe. Si guardarono e si intesero, il posto, l’ora, erano entrambi lì per staccare, ma di sicuro lui non poteva salvare la situazione e il suo amico probabilmente lo aveva intuito dal suo sguardo quando decise di mostrargli una pallina. 
Fu l’ultimo ricordo che conservò, insieme ad alcune basiche raccomandazioni! Quando in un momento riconobbe di essere a casa, gli sembrava di essere alla fine di un viaggio, si distese sul pavimento ed iniziò ad urlare ma...merda! La sua voce era sparita. Apriva la bocca senza emettere suoni, gonfiò le guance e diventò paonazzo, sembrava Ferrara dopo aver fatto un clistere. Non si agitò, l’amico gli aveva detto che era importante rilassarsi e lasciare che le emozioni e le sensazioni prendessero le loro strade libere fino a sgonfiarlo. Spalancò gli occhi per non perdere i dettagli e continuò a scivolare.

 

 

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