RACCONTI A DIECI MANI : Quarto racconto

 




                                                                       -  In stazione -


Non riusciva a vedere gli orari sul tabellone, le sarebbero serviti gli occhiali, ma li aveva dimenticati sul comodino in albergo, così cominciò a chiedere in giro “Mi scusi, mi scusi, ho perso il treno! c’è per caso un viaggio della Fatabus?”. Alzando il sopracciglio l’anziano rispose “Signorina, io l’unica che conosco è la Satabus! si vede che non viaggia spesso!”. Aveva ragione, non viaggiava da molto tempo, pensò appena si fu accomodata sulla sua poltrona ed ebbe messo su le cuffie per ascoltare il podcast che aveva scaricato. Cullata dal movimento e dal suono della voce che aveva nelle orecchie si addormentò. Un passeggero la svegliò quando furono a destinazione. Non la ricordava così, Zurigo era cambiata e se ne accorse appena arrivata, anche i treni non erano più gli stessi e gli spazi una volta vuoti si erano riempiti. Un tempo aveva elemosinato soldi e amori, e amori per soldi in quei luoghi solitari. Chissà se il giro era lo stesso. Lo avrebbe scoperto, si era detta indomita. Si incamminò verso l’affittacamere, il solito, quello in cui alloggiava durante i suoi soggiorni nella città. Chissà se il proprietario l’avrebbe riconosciuta, quando lo aveva chiamato per riservare la stanza aveva esitato nel sentire il suo nome e ai suoi tentativi di ricordargli degli aneddoti che la riguardavano, aveva risposto con un incerto sì. Le sembrava ci fosse meno traffico per le strade, ma la regolarità dello scorrere delle auto era sempre la stessa. Aveva scavato a fondo a quell’ordine e il nascosto che aveva scoperto l’aveva entusiasmata come quando nel paese sua cugina aveva confessato ai suoi genitori di essere incinta di padre ignoto, fino ad allora era sempre stata lei la “ragazza facile” della famiglia e condividere per breve quel primato l’aveva fatta sentire meno sola. Presto sua cugina l’aveva abbandonata trovando un marito e un padre per il suo bastardo. Fu allora che decise di portare la sua croce lontano dagli occhi ossessivi dei confini che l’avevano vista crescere. Così persa nei suoi pensieri, che non avevano nulla di nostalgico, arrivò davanti al portone dell’affittacamere. Suonò, le diedero il tiro. Nell’atrio vide una testa brizzolata spuntare dall’ascensore. Come era invecchiato male, pensò, riconoscendo il proprietario dai suoi occhi vispi oggi come allora. La fissò a lungo e quando finalmente la riconobbe le prese la mano e gliela strinse con entrambe le sue. Non le importava che lui la riconoscesse o meno, le importava che si ricordasse di quello che lei faceva lì e che le facesse capire che poteva continuare a farlo come un tempo. Quando fu certa che l’intesa era stata raggiunta, salì in camera. Lasciò il bagaglio subito vicino la porta e si fiondò in bagno, non doveva perdere neanche un minuto. Fresca e profumata, prese la borsa, controllò che ci fosse tutto quello che le serviva, prese una sigaretta, l’appoggiò alle labbra senza accenderla e uscì. In strada chiese al primo passante che incontrò se aveva da accendere. Lei non aveva mai l’accendino, lo considerava un ottimo pretesto per avvicinare la gente. Diede una lunga boccata e s’incamminò verso la stazione. Il passo era insistente, sicuro, non voleva temporeggiare ancora, la curiosità mordeva l’attesa. Quelle luci basse, il rumore incessante dei passi che non si arrestano mai la riportavano a quel che ben ricordava, gli odori invece si erano fatti più etnici. Entrò, le sembrava di avere dall’interno una migliore visione dell’esterno, quella che era stata la sua banchina aveva ora lasciato spazio ad un deposito di bici a noleggio, non importava, continuò a perlustrare. Urla e tonfi la destarono dalla sua ricerca, un po’ di gente si era accalcata sulla fascia a destra, provò a infilare lo sguardo nelle fessure fra i corpi, ma era troppo distante e la massa si era fatta più fitta. Tentennò un attimo, l’esperienza le aveva insegnato a tenersi sempre lontana da situazioni poco chiare perché quasi sempre volgevano al peggio. Uscì e si orientò verso sinistra, avrebbe temporeggiato in un bar in attesa che le acque si fossero calmate. Lentamente, lentamente, passo dopo passo senza mai voltarsi. Le urla alle sue spalle si fecero più concitate, sentì un botto, come un petardo esploso in una scatola, capì ma continuò a camminare senza voltarsi. Le sembrò di sentire un secondo di silenzio, subito sovrastato da un ronzare diffuso in più direzioni, il rumore dei passi concitati si fece vicino e lontano. Qualcuno la urtò precipitando sull’asfalto. Lei piegò leggermente la testa a destra, ma furono gli occhi a scrutare fin dove riuscirono a spingersi. Il volto che vide le sembrò allungato asimmetricamente e con del rosso in diversi punti, ne sfiorò lo sguardo e quel lieve contatto incuriosì la figura che si protese avanzando velocemente a carponi e quando l’ebbe superata si voltò con una smorfia della bocca. E, posto che il suo non era più un naso, ma somigliava più ad un cornicione per il ghigno furioso, risolse allora tutti i codici binari nella sua testa con un coraggioso “suka”. Poi subito lei lo vide sparire con la stessa rapidità con cui era comparso! Allora riprese il suo centro, raggiunse il bar e si appollaiò su uno sgabello di fronte la vetrata che affacciava sul piazzale principale. Sembrava in attesa di un treno, ma non lo era. Aveva gli occhi fissi sulla vetrata, al di là del vetro la vita scorreva o forse no?! Tutto si fermava al rosso del semaforo. Poi lo notò, era un post-it giallo con un numero di telefono. Forse era il numero di Dio?! Pensò a cosa avrebbe potuto dirgli o rimproverargli se mai avesse risposto alla chiamata. E lui l’avrebbe ascoltata? Le avrebbe chiesto perdono per la sua disattenzione? Tante immagini le attraversarono la mente. Le aveva viste anche lui? Sapeva quanto l’avevano torturata? Sapeva di non essere stata una devota esemplare, ma a cinque anni non aveva ancora chiare le richieste di dio. A cinque anni le mani conosciute sulle gambette esili le sembravano un gioco, una carezza. Lo zio le regalava un sorriso che si faceva anno dopo anno più intenso, alcune volte lasciava spazio ad un sospiro, così le sembrava, quando si avvicinava alle sue mutandine. Perché non aveva illuminato quella madre, così credente, quando stringeva la mano di quell’uomo durante lo scambio di pace nel sacro rituale? Perché dio lo aveva ammesso nella sua casa? Più volte quando l’avanzare dell’età e l’educazione cattolica, le avevano inculcato l’idea del peccato, aveva atteso, con un po’ di terrore, quel fulmine a separare quelle mani. Non è mai arrivato. E quando aveva poi deciso di dedicarsi all’amore? Si era accorto con quanta passione ci si era donata? Quanto altruismo in ogni suo gesto? Aveva visto quanti pugni sul viso aveva dovuto accettare in silenzio? Era stata docile, aveva perdonato a lungo prima di cercare un rifugio, un gesto di umanità in nuove braccia. Quell’affetto lo trovò in una donna come lei, fragile e attenta. Aveva visto quel mal riuscito tentativo di toglierle la vita per l’orgoglio ferito? Forse si, quella volta si, era lì quando lui decise che la vergogna era insopportabile. Sicuramente il suicidio dello sbirro sotto un treno sconvolse tutti i presenti. “Depresso per il diabete da coprofago si sfracellò La Merda, ed era pure cornuto!” sentì dire un giorno passando vicino ad un gruppo di uomini che al pettegolezzo si dedicava abitualmente. Fu allora che decise di cercare nuove vie, con la paura chiusa in valigia e il suo seno prorompente in bella vista.

Commenti

  1. Caspita è scritto molto bene. Scorre liscio senza ripensamenti né riletture. Tutto d'un fiato come si manda giù una buona vodka e, parimenti, ti lascia il senso di soddisfazione di aver appena finito qualcosa di bello. Bravi!

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