RACCONTI A DIECI MANI : Quinto racconto
Quinto racconto
Ad una galleria di arte contemporanea
Era appena entrata, aveva da
tempo preso il biglietto e non voleva rinunciarci, neanche la dissenteria che
la prostrava da due giorni l’aveva trattenuta. Superato all’ingresso
quell’idiota che aveva conosciuto ad una festa, che per sfortuna l’aveva riconosciuta
e la bloccava raccontandole della sua rinoplastica, era corsa al guardaroba e
poi in bagno. Appena seduta cominciò a maledirsi per non essersi portata dietro
la carta igienica.
Certo la giornata poteva volgere al peggio e lei doveva
avere una strategia che l’aiutasse a ridurre i danni al minimo. Seduta sul
cesso pensò che sicuramente era fondamentale conoscere tutti i punti toilette
presenti sui diversi piani e soprattutto fare attenzione ai minimi segnali così
da arrivarci per tempo. E’ cosa nota che i bagni solitamente giocano ad essere
occupati proprio quando se ne ha più bisogno! Si tirò su, si guardò allo
specchio, era pallida oltre il suo solito pallore, le gambe non la facevano
sentire molto stabile. Un thè con limone, ecco di cosa aveva urgente bisogno!
Si lavò con cura le mani, un’ultima occhiata ai capelli e fuori, diretta verso
il bar.
Chissà se per caso vendevano anche dei fazzoletti, si era chiesta
mentre si faceva strada tra le persone seguendo le indicazioni per il punto
ristoro. Eccolo lì, ora lo vedeva, doveva attraversare una sala stranamente
sgombra. La cosa la sollevò! Andò avanti con passo deciso, sentì distrattamente
delle voci alle sue spalle, che si facevano sempre più insistenti all’incedere
dei suoi passi. Non sanno come ci si comporta in questo ambiente, gentaglia,
sentenziò senza voltarsi. Poi sentì un urlo, un lungo Nooooooooo, nello stesso
istante in cui un lampo di luce le fece chiudere gli occhi, le sembrò di
fluttuare, di perdere consistenza e un attimo dopo rifarsi di materia, la sua
stessa di sempre eppur diversa. Buio e poi nuovamente luce.
Fu allora che
riuscì a riaprire gli occhi. Si guardò intorno, la sala ora era piena di
persone, parlavano in modo confuso e ad alta voce. Non le serviva avvicinarsi
troppo per carpire i loro discorsi, ma all’ascolto cominciò a dubitare del suo
udito. Due signore con gesti esasperati e di drammatico disappunto raccontavano
ad un gruppo di signori di un evento a cui sembrava avessero assistito “Certo,
inciampare in un taccuino e rovesciare quel litro di vodka su un Cattelan era
spiacevole, ma il pubblico apprezzò e in sintonia prese a pisciargli sopra, a
Cattelan lui intendo!” diceva una delle due cercando con lo sguardo la sua
amica che annuiva su e giù con la testa. Mentre si spostava verso un altro
gruppo passando lateralmente alle signore si accorse con smarrimento che
mancavano di profondità, non avevano spessore, o meglio lo avevano ma non
superava i cinque centimetri!
Tornò indietro, guardò le signore frontalmente,
poi girò intorno a quelle che sembravano delle sagome! Si sentì confusa quando
guardò sul retro, andò più volte da un lato e dall’altro ed era evidente che
ogni sagoma avesse due volti! I lineamenti erano identici, stesso naso, stessa
bocca, stessa forma degli occhi e colore, ma si accorse che tanto più un volto
mostrava disappunto, tanto più l’altro alle sue spalle sghignazzava dell’evento
accaduto. Fiera della scoperta girò intorno al gruppo e si fermò ad osservare
un signore che ascoltava accondiscendente e coinvolto. Allungò la testa a
guardare alle sue spalle, il volto esprimeva noia e disinteresse. Uno e duale
allo stesso tempo, quello che solitamente restava nascosto nelle segrete della
mente, aveva lì la possibilità di rivelarsi. Si avvicinò ad un altro gruppo,
due signore, d’intesa, completando una le frasi dell’altra, raccontavano ad
altre attente ad ascoltarle che “l’operaio continuava ad imprecare a gran voce
mentre completava l’installazione. Due signore ben vestite lo guardarono
disgustate e gli dissero “la smetta di urlare, rispetti le opere, per l’amor del
cielo!” e lui “opere dite? Qui l’unica opera è il mio pisello!”. E così
terminava il racconto fra il disappunto generale. Che aneddoto era, si chiese?
Ma non si soffermò molto e si spostò ancora più in là, dove un ragazzo
raccontava ad un altro quello che a lei sembrava una storia. Non capì bene, ne
recepì solo alcune parti “Il ragazzo impiegato alla biglietteria avvertì una
fortissima ma celestiale botta di sballo” disse ridendo fragorosamente “quando
all’improvviso due testimoni di Geova si avvicinarono per entrare in galleria.
Lui li fece entrare, ma solo dopo avergli fottuto i portafogli e vomitato
addosso” e concluse “mi sembra giusto cazzo!”. Il ragazzo che era con lui
sorrise e commentò “giusto si, cazzo!”. Lei guardò alle sue spalle e il volto
era imbarazzato, si guardava intorno ad occhi bassi come ad assicurarsi che
nessuno stesse ascoltando. E fu allora che ebbe un’altra intuizione,
probabilmente i volti alle spalle non potevano parlare!? Era quello che avrebbe
appurato.
Restò vicino ai ragazzi e il primo continuò a raccontare, ora che
guardava bene in realtà leggeva da dei fogli scritti a mano. “Si era ancora in
fila, lento come una tartaruga mi precedeva un pakistano con tutta la sua
famiglia. Poi davanti c’erano delle donne, più che donne sembravano delle cozze
per come erano vestite, tutte in tailleur nero e maglie a righe di color
arancio. Dopo due ore finalmente sono arrivato in cassa e ho comprato il mio
biglietto, staccandomi definitivamente da quegli scogli…” prima che potesse
continuare lei si affrettò a guardare alle spalle dell’ascoltatore e in quel
momento incrociò il suo sguardo. Fu certa che lui la vide, lo lesse nel suo
smarrimento e allora provò ad interagire con lui.
La sua bocca si muoveva a
formare delle parole che non comprendeva, provò a chiedergli di ripetere, ma lo
sguardo si fece sempre più impaurito e quello che sicuramente comprese fu la
forma di un urlo muto che si disegnò sul suo volto, così spaventoso che lei si
guardò intorno per capire. Tantissimi occhi scintillanti la stavano fissando
intensamente e le sembrò si facessero sempre più vicini e taglienti. Ritornò
con lo sguardo al ragazzo, il suo volto si allungava dalla testa, dal mento e
poi da una tempia e una guancia, quasi avesse qualcosa che gli ballasse dentro
pronto ad uscire allo scoperto da un momento all’altro! Lo raccolse come in una
centrifuga, lo allargò come formaggio molle fino a disegnargli un grande
sorriso che gli si fece vicino. Sentì un urlo, chiuse gli occhi, quando li
riaprì riconobbe il suono della sua voce che si estendeva inquieto.
Molti occhi
la fissavano, aprì e richiuse le palpebre, poi sentì delle voci “signora,
signora, come si sente?” Alzò il capo, si guardò intorno, sollevò il busto e
guardò alle spalle dell’uomo che le stava più vicino. Aveva capelli scuri che
gli coprivano morbidi la nuca fino a metà collo. Lei sospirò sollevata, l’uomo
la invitò a sdraiarsi ancora un po’, le stavano portando dell’acqua. Lei ubbidì
e mentre dolcemente si lasciava andare rise sollevata mentre gli astanti la
guardavano senza capire. Loro non lo sapevano, ma lei lo sapeva a cosa erano
scampati tutti… lei aveva visto quel mondo ipocrita e vile. Restò ancora alcuni
minuti a lasciarsi coccolare, quando si sentì pronta chiese di alzarsi. Le
gambe la reggevano, la vista era a fuoco. L’uomo che le era accanto si premurò
che stesse bene e si offrì di accompagnarla al bar dove sarebbe potuta stare
seduta ancora un po’. Lei accettò. Sentiva i suoi passi leggeri e armoniosi con
l’ambiente, guardava alle persone che si aggiravano nell’atrio con un senso di
rassicurazione. Al bar scelse un tavolino e prese posto, l’uomo sicuro della
sua condizione la salutò e riprese la sua visita. Una cameriera si avvicinò a
lei con molto garbo per chiederle se poteva portarle qualcosa. Ordinò un deca
macchiato.
Nello specchio dietro il bancone sorprese il suo volto, sembrava
stanca e preoccupata. Accennò allora un sorriso, dopotutto stava bene, lo
spavento era passato. Quel volto si rattristì! Si girò come per guardarsi alle
spalle e incrociò ancora il suo volto nell’altro specchio posizionato sulla
parete in fondo. Accennò una smorfia di sorriso e il volto rispose, ancora e
rispose. Si posizionò in modo da incrociare nello specchio che stava guardando
lo specchio dietro il bancone e la faccia che vide aveva un ghigno beffardo e
strafottente. Sentì l’angoscia risalire incontenibile, cominciò a graffiarsi la
nuca con gesti scomposti. Nel riflesso vide i graffi sul suo volto e il sorriso
farsi sempre più convulso quando delle strie di sangue cominciarono ad
affiorare! Si guardò intorno alla ricerca di supporto, aveva bisogno di aiuto,
ma nessuno sembrava curarsi di lei! Provò ad urlare, ma non udì il suono della
sua voce… era lei il suo retro? Nello stesso momento in cui il dubbio le
attraversò la mente, si scagliò contro lo specchio cadendo rovinosamente a
terra trafitta da frammenti… poi buio.

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