SECONDO RACCONTO: IN UN POSACENERE
Jack il tossico adorava i cioccolatini Mozart, prese quello a forma di foglia, accese la sua paglia truccata e iniziò il suo viaggio. Si ritrovò nel posacenere, tra le cicche e tante cose strane. Perché lo teneva sempre così pieno? Si chiedeva ora che gli sembrava di attraversare un territorio di animali enormi indaffarati in canoe di tappi di birra e massi di arachidi da oltrepassare. Un percorso ad ostacoli che lui stesso aveva creato, “maledetta pigrizia!” si diceva con rassegnazione, senza alcuna speranza in un cambiamento possibile. Si conosceva bene Jack, erano anni che purtroppo conviveva con se stesso. Con un balzo si portò in una radura e in lontananza vide la signora che ancheggiava decisa. Sapeva dove stava andando e di fatto, appena l’ebbe raggiunta, la giraffa sniffò il tabacco avanzato. “Ma l’elettrocardiogramma del dottore Luca Nicotino sfatò la malattia l’ultima volta che mi aveva visitato!”, si ricordò per concedersi l’evasione, e, piazzato di fianco alla sua vecchia amica di incontri inconsueti, diede una gran botta di naso. La festa era appena cominciata e c’era tutta l’energia perché non avesse una fine. La signora lo si capiva subito quando era in vena, i suoi occhi bulbosi erano attraversati come da scintille che sembravano donargli un moto circolatorio come palle in un flipper. Si, gli ricordavano proprio le partite portate lunghe fino all’alba nel garage di John, lui che si era caricato quel vecchio rottame e lo aveva messo a nuovo, beato lui!
La signora non faceva altro che prendere con la sua lingua nuovi ospiti per la festa e la mischia si faceva sempre più caotica e divertente, in una continua perdita di ragione e nuova perdita di ragione. Il sorriso beone di chi non ha paura e preoccupazione caratterizzava i partecipanti, che vorticavano e vorticavano. Non c’erano parole, ma solo il vorticare. E con la sensazione di vortice nello stomaco si riscoprì sul divano di casa sua. Deluso si alzò a stento, dondolò verso il bagno e svuotò la vescica, quale più grande soddisfazione? Si scrutò allo specchio, che brutta faccia aveva con quel naso piazzato lì senza un senso, qualcuna aveva detto che gli dava fascino e tutto su quello pensava di puntare all’appuntamento che aveva in serata con Jane. Si spostò i capelli prima da un lato, poi dall’altro, non cambiava molto, non aveva mai capito quale era il suo lato migliore, se ne avesse mai avuto uno, aggiunse! Cambiò la maglia e mise su dei jeans, doveva comprare le sigarette e magari nel tragitto sarebbe potuto passare dal locale di Jody, lui aveva sempre ottima birra fresca. Ci pensò su, meglio di no, con quella deviazione avrebbe rischiato di mancare all’appuntamento. Arrivò solo qualche minuto prima, non dovette aspettare a lungo per vedere le forme di Jane che si avvicinavano, era così contento di vederla. Le prese la mano e la tirò a sé e con l’altro braccio le cinse la vita e le diede un bacio sulla guancia destra. Lei era morbida e mai reticente ai suoi abbracci, ma aveva un sorriso che sembrava canzonatorio, quasi deridesse quegli atteggiamenti affettuosi e semplicemente li assecondasse per divertimento. E se anche fosse stato così? Che importava? Birra, ci voleva della birra. Una, due, cambio locale, tre, altro locale, quattro, ancora un altro, parole, abbracci, parole. “Che ne dici di un whisky?” altre parole, sempre più biascicate. Jane teneva botta. Jack andava senza freni e si sentì raccontare dei suoi viaggi e del rientro dai suoi viaggi, lui, il divano, il suo posacenere.
“Ne veniva fuori un tanfo, manco avessi sotto il naso un pannolino pieno di tre giorni! Avrei voluto immergermi nell’acido solforico, ma alla fine ho cambiato idea”. Che merda di racconto da fare ad una ragazza, come pensava di convincerla a farla salire da lui? Si rimproverò in un fulmine di illusoria lucidità. E probabilmente continuò ancora, ma non poteva saperlo perché aveva già cominciato a smettere di conservare ricordi, il punto zero! Si svegliò per il solletico di una lingua che sfiorava il suo piede. Aprì un occhio ridendo nervoso. La giraffa? Dov’era Jane? Fu un pensiero fulmineo che si sentì sollevare e lanciare in aria, ripreso e rilanciato, la festa era cominciata! Quando si riscoprì sul divano la testa tuonava, se la strinse, le mani sulle tempie, sentì qualcosa di appiccicoso, provò a tirarlo via, tirò forte. Urlò per i capelli strappati, guardò il mucchietto che aveva in mano, sembrava una poltiglia masticata e sputata. Non ci pensò troppo, i tuoni non lo mollavano, gettò tutto nel posacenere.
I capelli caduti cominciarono ad accorciarsi nel contatto con l’ultimo fuoco del mozzicone, rilasciando un odore acre. L’orecchino continuò a luccicare nel groviglio, solo, rimasto solo. L’orecchino? Di chi era quell’orecchino? Di Jane? Provò a ricordare in un balzo di entusiasmo, nulla da fare, il vuoto trafitto dai tuoni. Ci avrebbe pensato più tardi. Bevve quello che era rimasto in un bicchiere che trovò sul tavolo, si stese sul letto e si addormentò. Scivolò liquido in un caffè, si mescolò con lo zucchero, biscotti, burro e ballantine’s, si contorse a ciambella. Il dolce era pronto. Strinse forte la mano. Si svegliò. Teneva ancora il pugno, aprì lentamente la mano e la forma era là. Era riuscito a conservarla! Quante volte ci aveva provato? Finalmente l’aveva fatta sua!

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