RACCONTI A DIECI MANI - TERZO RACCONTO

 



Terzo racconto

Al balcone


Appoggiato alla ringhiera del settantacinquesimo piano, guardando l’asfalto, si stava spalmando la crema marrone. Poi con la merda in faccia sputò in testa ad un girovago. Chissà cosa gli era arrivato del suo sputo a quello stronzo che se ne andava in giro senza vergogna, ma di certo qualche gocciolina lo aveva preso. Che poi ne era sicuro, era il ficcanaso del cinquantaseiesimo piano! Era troppo distante per poterlo riconoscere, ma per quella sfacciataggine nel camminare lento e sicuro non poteva che essere lui. Lo odiava! Lo odiava soprattutto quando lo incontrava in ascensore e lo salutava con un cordiale buongiorno e col sorriso. Sempre quel cazzo di sorriso! Continuò a massaggiare la crema sul viso, la confezione diceva di continuare con moti circolatori per almeno cinque minuti e poi lasciare agire per venti prima di risciacquare abbondantemente con acqua. Tentò di lavarsi le mani, l’impasto scivolò via, ma quel colore marrone si insinuò nei solchi dei dermatoglifi, anche i carciofi facevano lo stesso effetto pensò ricordandosi di sua madre intenta a preparare le conserve dei sottolio. Gli capitava di tanto in tanto di recuperare ricordi di un tempo e di uno spazio lontani, e riaffiorava una perduta tenerezza. Ma voleva fargliela scampare così a quell’idiota? Si asciugò in fretta le mani, si accorse di aver macchiato l’asciugamano e fece un gesto come per rimandare le bestemmie ad un altro momento. Doveva restare concentrato. Accese il PC e lo cercò, ora si che lo avrebbe punito, gli avrebbe scritto così tanti insulti per quel gesto insensato da fargli venir meno la voglia di uscire per i prossimi vent’anni. Tutti lo avrebbero saputo nel palazzo e quel suo “buongiorno!” col sorriso se lo sarebbe ficcato nel culo. Imbecille, egoista! Una folata di vento portò delle foglie sul suo balcone. Da dove arrivavano? Provò a pensare a quanto fosse distante il parco più vicino. Troppo, si disse! Che la natura si stava davvero riprendendo il suo spazio come in tanti si affrettavano a proclamare? Sollevò il mento, fissò il soffitto e lì proiettò un’immagine che non riusciva più a ricordare se fosse mai stata realtà. Sempre seduto in balcone si godeva l’aria fresca del primo mattino, riusciva a sorridere soltanto ammirando l’albero sul quale avrebbe attaccato l’amaca e al pensiero di quanto si sarebbe goduto il suo cognac. Un mese dopo quell’albero fu abbattuto! Scosse la testa per riaversi da quel trauma, non era mai successo si disse e se lo ridisse ancora, prima di cominciare a scrivere “Brutto pezzo di merda, credi di essere il solo su questo pianeta? Noi chiusi in casa per rispetto degli altri, per senso di solidarietà, in questo momento in cui realmente siamo tutti uniti, e tu in giro a distruggere quello che di buono stiamo creando insieme?! Vergognarti è la cosa migliore che puoi fare oggi! Non ti permetteremo più di avere queste iniziative insensate e da egoista. Non vogliamo più vedere la tua faccia da nessuna parte, farai bene a chiuderti dentro casa per la tua incolumità, senza se e senza ma. Fai attenzione, corri un grosso pericolo e se ti piace il rischio lo incontrerai al primo passo che farai oltre la porta del tuo appartamento! Coglione!” firmato La Loggia. Fatto! Tentò un sorriso, ma sentì i muscoli del viso costretti in una morsa. Trattenne il respiro, sollevò lentamente una mano a toccarsi la guancia. Espirò. Tentò ancora di sorridere, come gli era venuto in mente di pensare ad una punizione divina? Che gli dei banchettassero al tavolo dei loro conflitti per l’egemonia, che quaggiù ci pensava lui a sistemare tutto. Andò in bagno, si guardò allo specchio e fu contento di vedere bloccato nella rigidità della maschera un ghigno. Rimase a fissarsi per qualche secondo ancora, poi aprì il rubinetto, sentì con la mano la temperatura dell’acqua perché fosse tiepida come era scritto nelle istruzioni, chinò il capo e con le mani a coppa si sciacquò il viso strofinando bene per eliminare ogni residuo. Tamponò il viso con un panno morbido e caldo da asciugatrice, sfiorò la pelle con il dorso della mano, era liscia e setosa, doveva ricordarsi di scrivere una recensione sul prodotto. Sussultò allo scoppio di un rumore proveniente dall’appartamento di fianco, alzò le sopracciglia rassegnato a quella che da tempo era una consuetudine della sua vicina, Iris.

Prostrata dalla fatica della pedalata si chiedeva perché avesse esagerato così e mentre beveva strinse forte il bicchiere che aveva tra le mani e in un impeto lo lanciò. Mentre vedeva il bicchiere frantumarsi al suolo si disse assuefatta a quello spazio. Era il momento di cambiare. Inutile continuare a stare ferma su un racconto che non si sviluppava. Quella clausura le bloccava i pensieri, questo lo sapeva bene, ma doveva trovare una via per esprimersi e salvare quel mal pagato lavoro che le permetteva ancora di pagare l’affitto. Tornò al computer e riprese a scrivere con nuovo slancio, cancellò, salvò, aprì una nuova pagina e incollò, voleva avere un prima e un dopo da confrontare, magari dall’unione di un po’ di entrambi ne sarebbe venuto fuori qualcosa di interessante. Sì, da qui sarebbe ripartita, dal nuovo spruzzato dal vecchio, dopotutto questa contaminazione funzionava in molti ambiti, moda, cibo, musica, arte e architettura, gioco e politica. Avrebbe funzionato anche per lei il riferimento al vecchio come garanzia di studio, ricerca e accuratezza. Wikiquote l’avrebbe aiutata. Citazione del giorno:” Sbaglia l’ammalato che lascia i suoi averi in eredità al medico!”. Ci pensò su, ecco forse in un momento in cui i medici sono considerati degli eroi, dei patrioti in prima linea nella guerra, sarebbe stato inopportuno citare l’aforisma del giorno. Voci in vetrina: Donna. Altro argomento tortuoso. Voci selezionate, persone, Dante Alighieri, chi meglio di lui poteva dare spessore alle sue parole? Il solo pronunciare il suo nome la faceva sentire al sicuro. Si buttò nel nuovo, fiera delle sue decisioni “Quando ebbi la certezza che mi aveva abbandonata ancora una volta, mi decisi a guardare in bacheca, ma urtai la mia bambola di polistirolo che franò su quella testa, ma era ora di svoltare, mi dissi. Presi il biglietto che mi aveva lasciato, lo guardai senza leggerlo e lo accartocciai nella mano. Portai il pugno chiuso al petto, lì da dove proveniva il battito del mio cuore, restai ferma così, per un tempo che mi parve sufficiente. Col piede feci pressione sulla pedaliera e lanciai quella pallina nella pattumiera. Decisa nel gesto, ma non nell’animo, mi sentii avvampare: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria!”.  Rilesse quanto aveva scritto e si sentì soddisfatta della sua scelta, funzionava davvero! Si alzò, fece un giro su se stessa e respirò a fondo. Doveva brindare! Aprì il frigo e prese una birra: ALLE INTUIZIONI! brindò e rise portando la testa indietro. Ondeggiando a destra e sinistra, come se stesse seguendo il ritmo di una musica latina, si spostò nella stanza da letto, appoggiò la bottiglia sulla cassettiera e si guardò allo specchio con attenzione. Percorse con le dita il suo ovale, si tamburellò gli zigomi e con gli indici allungò la punta degli occhi. Irruppe in una insensata risata che non riusciva a trattenere, provò a bere per interrompere il flusso, ma la birra le scivolò ai lati della bocca. Allora decise di assecondarla e rise fino a quando fu tutta fuori e riempì la stanza e le riecheggiò nelle orecchie. Lentamente il respiro tornò regolare, bevve un sorsò di birra e lo mandò giù. Sussultò allo scoppio di un rumore proveniente dall’appartamento di fianco, alzò le sopracciglia rassegnata a quella che da tempo era una consuetudine del suo vicino, Iris.

I balconi cominciarono a sgretolarsi, le vetrate a collassare, le pareti a piegarsi su se stesse dal piano più alto al più basso, i colori a sbiadirsi e i volti a confondersi. Non riconosceva più i suoi personaggi, li stava perdendo. Sentì il pavimento ondeggiare ai suoi piedi, tentò di fissarne un punto nel disegno del marmo, sembrava burro che si scioglieva e i suoi piedi scomparvero al suo interno. Iniziò a pattinare per raggiungere lo stipite della porta a cui aggrapparsi. Il burro gli arrivava alle caviglie. Raggiunto l’obiettivo, puntò alla finestra, il burro gli arrivava alle ginocchia. Afferrò la maniglia con entrambe le mani e fece forza, si tirò sul davanzale e saltò sul balcone. Si voltò e guardò all’interno, il burro continuava a salire. Un dolore insopportabile lo piegò in due. Al pulsar del sangue nelle vene seguì il battito veloce del cuore, afferrò la ringhiera con le mani, poggiò la testa e con il respiro corto tentò’ di capire da dove proveniva quel dolore. Era il pancreas? no, era il fegato, che urlava di smetterla con l’ambrato liquido. Si voltò ancora, nello sguardo il terrore per quello che avrebbe visto. Il marmo era nero, solido e affidabile. Si lasciò andare in una fragorosa risata, non c’erano nella sua città palazzi più alti di cinque piani! Iris non era là! Sussultò allo scoppio di un rumore proveniente dall’appartamento di fianco, attraverso la finestra guardò lo specchio nella parete di fronte nel suo soggiorno e irruppe in un urlo agghiacciante.

 


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