FANTAPOLITICA

                                                       

FANTAPOLITICA - Musica consigliata per la lettura “Lux Aeterna” (Clint Mansell) 


Tra le varie impressioni di Settembre, aspettava trepidante la data del 3 Ottobre per l'ennesima Rivoluzione all'italiana. O sperava che al massimo entro il 4, qualche buon Francescano o Petroniano di turno, regalasse decoro alla città, dignità ai lavoratori e sogni a catinelle.

Intanto pendolava in giro per le vie che percorreva ogni giorno, fu disturbato da qualcosa di nuovo che non riusciva a capire cosa fosse. Sollevò la testa a sinistra, l’abbassò immediatamente e istintivamente, memore di quel ramo che ogni tanto ciondolava per far sapere che ancora era là, nonostante il tempo, i cambi di foglie e le potature, fiero dei suoi anni e dei suoi inganni. Effimero era il pensiero che aveva interrotto, si disse, considerato che non lo ricordava più. Sollevò la sacca che era scivolata dalla spalla e si grattò la testa che aveva rasato da poco. Era un gesto che lo rilassava, come quello di accarezzare poi la ciocca lunga che aveva accuratamente mantenuto. Salutò col sorriso aperto un ragazzo anziano che aveva conosciuto al centro che frequentava, che gli sussurrò "resterai giovane finché sarai sensibile alla bellezza, alla bontà e alla grandezza".

Si incrociavano spesso, quasi tutti i giorni, ma quel dì fu diverso e, mentre si allontanava da lui, si ritrovò un bigliettino in mano. Alla lettura della prima parola inciampò in una buca, nel cadere rotolò verso il bordo del marciapiede e le ruote anteriori di un passeggino gli calpestarono le mani nel tentativo di un appiglio nell’arrampicata al gradino. Nello stesso momento la mamma, arrabbiata per la manovra che era stata costretta a fare, gli passava di fianco chiedendogli distrattamente scusa, fu certo di vedere il bambino fare un ghigno sarcastico che pareva dire "La mia generazione non ha perso, però smettetela di fare promesse". I loro sguardi continuarono a sfidarsi fino a quando un angolo da svoltare non li separò.

Si tirò su, si passò le mani sulle ginocchia, gli sembrò che tutto fosse a posto e continuò per la sua solita strada. Ma sentì come un tremore sotto i suoi piedi, vide il suolo aprirsi e spuntare quello che all’inizio gli sembrò un cartello stradale e che poi, con una scossa più forte, si innalzò fino a diventare un gigantesco cartellone. Gli girò intorno mentre vedeva la terra squarciarsi e vomitare, e sentiva stridori di lamiere sfregare col terreno.

Le note di "Requiem for a dream" si facevano sempre più prorompenti. Iniziò uno slalom ad evitare tabelloni di cui riusciva a vedere a malapena i colori, ma non distingueva né immagini né parole, tanto velocemente spuntavano. Sentì le caviglie tenergli il gioco e si rallegrò dei risultati dei suoi allenamenti. Nel sorridere urtò la fronte contro un palo… cavolo non poteva distrarsi, doveva restare concentrato! Iniziò a correre spingendo fortissimo. Sentiva i rumori delle lamiere tutto intorno. Sentiva naturalmente il puzzo dello smog e urlò: "Al smog al n é brîsa comunéssta!” (Lo smog non è comunista!). La maglia si strappò nelle grinfie di una lamiera, un’altra gli accarezzò la coscia.

Correre, correre, corri cavallo ti prego! E.T. cerca sempre casa a Bologna. Finalmente il suo palazzo! Fece un salto e oltrepassò la soglia del portone che si stava chiudendo. Prese le scale mentre sentiva quello stridore farsi vicinissimo. Prima rampa, seconda, terza, quarta. Fece l'ultimo gradino forzando la gamba destra a non cedere alla fine della corsa, appoggiò il palmo della mano al muro e ne sentì per un attimo la ruvidezza prima di spingersi in avanti col petto facendo leva sulla spalla. La meta ora gli sembrava più vicina. Voltò il capo a guardarsi le spalle, un tintinnio ritmico raggiunse il suo orecchio. Attraversò il pianerottolo, che non gli era mai sembrato così lungo, mantenendo lo sguardo indietro e le braccia cieche allungate in avanti. Finalmente la toccò, mise tremante le mani nelle tasche per prendere la chiave e mentre tirava fuori colori, cartine, monete, ora da una e ora dall'altra, si malediceva per non averla cercata prima. Stupido solito idiota! La sentì con l'indice, avvicinò immediatamente il pollice e la strinse fra le due dita. Tirò fuori la mano sinistra e per un secondo la guardò per essere certo che stringesse la chiave giusta, subito la passo alla destra e la infilò con sicurezza nella toppa. Strinse il pomello e tirò con forza nella sua direzione. Si sentì la porta fare un rumore sordo, allora spinse e la porta si aprì.

Sgattaiolò oltre la soglia e se la chiuse dietro appoggiando le spalle e i palmi delle mani sul legno riverniciato da poco e tenendo le gambe spalancate e leggermente piegate su fogli di carta che qualcuno gli aveva infilato sotto la porta. Ancora quei colori, quelle immagini e quelle parole confuse! Il cuore palpitava sempre più, "forse il trucco è andar piano, lentissimamente e oltre le porte della percezione". Si piegò sulle ginocchia portando il sedere verso il pavimento e con la testa nelle mani chiuse gli occhi. Fu quando li riaprì che lo vide ancora, era lì di profilo che lo guardava con la coda dell'occhio.

 


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